AMERICA - LATINA, UN PATTO SIGLATO COL SANGUE NERO

L'inizio del cambiamento..

Lorenzo Serio

1/5/202620 min read

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Attacco lampo in Venezuela: cosa è successo

All’alba del 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco a sorpresa contro il Venezuela. In piena notte, senza autorizzazione del Congresso, il presidente Donald Trump ha ordinato bombardamenti su Caracas colpendo anche la sede del parlamento e obiettivi militari. L’operazione lampo ha causato vittime civili – si stimano almeno 40 morti – e in poche ore ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, prelevato dalle forze speciali USA e trasferito in manette negli Stati Uniti insieme alla moglie Cilia Flores. Caracas ha denunciato una “aggressione militare” e dichiarato lo stato di emergenza, mentre alleati di Maduro come Russia, Cina, Brasile e Cuba hanno condannato il blitz. La comunità internazionale è apparsa divisa: l’ONU ha parlato di “precedente pericoloso” che viola il diritto internazionale, alcuni leader europei (Spagna) hanno criticato apertamente l’azione, altri (Italia) l’hanno in parte giustificata, e l’Unione Europea ha invocato cautamente una transizione pacifica senza però appoggiare esplicitamente l’intervento armato

L’operazione in Venezuela non ha precedenti nella storia recente latinoamericana: per ritrovare qualcosa di simile bisogna tornare all’arresto di Manuel Noriega a Panama nel 1990, dopo un’invasione americana. Anche in questo caso Washington ha decapitato un regime in poche ore. Maduro, al potere dal 2013, è stato rimosso con la forza – un evento paragonato da alcuni osservatori alle operazioni contro Bin Laden o Saddam Hussein e sostituito ad interim dalla sua vice Delcy Rodríguez (come previsto dalla costituzione venezuelana) in attesa di nuove elezioniTrump ha rivendicato l’azione come un successo completo, affermando su Truth (il suo social network) di aver effettuato un “arresto legittimo” di Maduro per accuse di narcoterrorismo. Tuttavia, molti giuristi internazionali sostengono che si tratti in realtà di un “sequestro di persona”, ossia un rapimento politico effettuato in violazione della sovranità di uno Stato sovrano. Non a caso, negli stessi Stati Uniti, oppositori e attivisti hanno organizzato proteste in decine di città (da Washington a New York) contro quella che definiscono una nuova guerra per il petrolio – con slogan come “No War in Venezuela” e “No Blood for Oil” – condannando l’intervento come illegale e pericoloso.

Le motivazioni ufficiali: narcos e “ripristino della democrazia”

Trump ha giustificato l’operazione in Venezuela presentandola come un atto di difesa degli Stati Uniti dalla minaccia del narcotraffico e come un intervento liberatore per il popolo venezuelano. In particolare, la Casa Bianca accusa Maduro di guidare un’organizzazione di narcotrafficanti (il Cartel de los Soles) e lo ha formalmente classificato come “narcoterrorista”, equiparandolo ai leader di cartelli della droga o gruppi terroristici. Ciò ha permesso a Trump di invocare l’Authorization for Use of Military Force (AUMF) del 2001 – la legge anti-terrorismo post 11 settembre – per condurre l’operazione senza consultare il Congresso, sostenendo che non si tratta tecnicamente di una “guerra” ma di un’azione antiterrorismo urgente. In questo modo l’amministrazione ha aggirato i limiti legali interni, con un’interpretazione che riecheggia ironicamente la formula russa della “operazione militare speciale” (come notato dallo stesso Trump, i primi a accusarlo di violare il diritto internazionale sono stati proprio i russi)

Oltre al pretesto del narcotraffico, Trump ha parlato di promozione della democrazia: Maduro è da anni definito un “dittatore” dalle cancellerie occidentali, e Washington non riconosceva la sua rielezione del 2019. Il blitz è stato presentato anche come un aiuto al popolo venezuelano per liberarsi di un regime oppressivo e corrotto. Non a caso, pochi giorni prima, il 2025 Nobel per la Pace María Corina Machado, aveva invocato il sostegno dei governi democratici per liberare i prigionieri politici in Venezuela. Alcuni leader occidentali hanno enfatizzato questo aspetto: il presidente francese Macron ad esempio ha espresso appoggio all’appello di Machado per una “transizione pacifica e democratica” in Venezuela. Anche da Roma il governo Meloni, pur affermando che in generale “l’azione militare non è mai la strada”, ha definito “legittimo un intervento di natura difensiva” contro un regime che alimenta il narcotraffico. Insomma, ufficialmente gli USA dipingono l’operazione come un mix di guerra alla droga e operazione pro-democrazia.

Tuttavia, queste giustificazioni “non raccontano tutta la verità”. La stessa frase usata da Meloni – definire difensivo un attacco armato a uno Stato sovrano – rivela una forzatura narrativa. E soprattutto il legame tra Venezuela e narcotraffico è molto tenue: la cocaina venezuelana esiste, ma non è il principale veleno che colpisce gli americani. Il Venezuela è una rotta (via mare) per parte della cocaina andina, ma l’epidemia di droga che più preoccupa gli USA oggi è il fentanyl, sintetizzato con precursori cinesi e prodotto in massima parte in Messico, non a Caracas. Come hanno scritto analisti e media, “la droga c’entra fino a un certo punto”. In effetti, se davvero la missione mirasse a fermare il flusso di stupefacenti verso gli USA, il Venezuela non sarebbe l’obiettivo più urgente: “a causare i maggiori problemi agli USA in tal senso è infatti il Messico”, osserva un report, sottolineando che la motivazione antidroga appare pretestuosa. Ciò suggerisce che le vere ragioni dell’intervento vadano cercate altrove.

Petrolio: il vero bottino dell’operazione

Se la narrativa ufficiale scricchiola, emergono con forza gli interessi economici e strategici dietro l’azione americana. Il petrolio venezuelano è in cima alla lista. Il Venezuela possiede le riserve petrolifere più grandi del mondo, stimate in circa 303 miliardi di barili – oltre il 17% delle riserve globali note, una quota persino superiore all’Arabia Saudita e circa tre volte le riserve di Russia o Stati Uniti. Sotto Maduro, l’industria petrolifera venezuelana era in declino per mala gestione e sanzioni, ma parliamo comunque di un paese che ricava quasi 24 miliardi di dollari l’anno dall’export di greggio (l’88% delle sue entrate da esportazione). Per di più, negli ultimi anni la maggior parte di quel petrolio venezuelano andava a rifornire potenze rivali degli USA: attualmente circa l’81% dell’export petrolifero di Caracas finisce in Cina, solo il 17% negli Stati Uniti (e il 2% a Cuba). Pechino in particolare ha stretto accordi ventennali con Maduro per sviluppare i giacimenti (investendo 1 miliardo di dollari nel 2024) e acquistava il greggio venezuelano tramite aziende private, eludendo le sanzioni occidentali.

Rimettere le mani su queste immense riserve energetiche è un chiaro obiettivo strategico di Washington. Gli osservatori concordano che “l’attacco USA al Venezuela sembra aver poco a che vedere col narcotraffico o la democrazia, mentre sembra sempre più motivato dalla volontà statunitense di controllare [...] le sue ricche risorse energetiche, soprattutto il petrolio”. Del resto, lo stesso Trump lo ha lasciato intendere esplicitamente: nella conferenza stampa post-attacco ha annunciato che “farà entrare in Venezuela le grandi compagnie petrolifere statunitensi, che investiranno miliardi nelle infrastrutture e inizieranno a generare profitti”. Ha aggiunto con tono ambiguo che gli USA “controlleranno il Venezuela” per garantire una transizione sicura, usando l’espressione “we’re going to run the country” – letteralmente “gestiremo il Paese” – in riferimento al Venezuela occupato. In pratica Washington intende amministrare il Venezuela del dopo-Maduro, almeno finché non sarà sicura di avere un governo amico, e nel frattempo proteggere i giacimenti e l’estrazione di petrolio (Trump ha collegato esplicitamente la presenza di “boot on the ground”, truppe sul campo, alla sicurezza dei pozzi).

I portavoce del deposto regime Maduro hanno accusato gli USA di aver invaso il Venezuela proprio “per avere il nostro petrolio” e molti commentatori riconoscono che questa accusa non è infondata. Trump e il suo segretario di Stato Marco Rubio (falco di origine cubana, acceso oppositore dei governi di Caracas e L’Avana) avevano da tempo nel mirino il Venezuela proprio per il petrolio: consideravano intollerabile che quel greggio / un tempo sfruttato dalle Big Oil americane / fosse ormai destinato soprattutto a Cina, Russia, Iran e Cuba, cioè ai principali avversari strategici di Washington. “Riportare l’economia venezuelana nella sfera del capitalismo nordamericano” è un obiettivo dichiarato di Trump. Non sorprende quindi che, poche ore dopo l’attacco, Trump abbia twittato trionfante “Comandiamo noi, accesso totale al petrolio”, celebrando il controllo delle risorse venezuelane passato agli Stati Uniti. In definitiva, il Venezuela è stato aggredito perché troppo ricco di petrolio e troppo vicino a potenze sgradite: una combinazione inaccettabile per la Casa Bianca trumpiana, che ha scelto di intervenire anche a costo di violare apertamente la legalità internazionale.

Supremazia geopolitica: la nuova Dottrina Monroe

Accanto al fattore petrolifero, c’è una forte valenza geopolitica nell’offensiva americana. Trump, appena tornato alla Casa Bianca dopo le elezioni 2024, sembra determinato a riaffermare la supremazia statunitense sull’emisfero occidentale. Gli ultimi anni avevano visto una crescente influenza della Cina e di altri attori rivali in America Latina – cosa che ha profondamente irritato Washington. La decisione di intervenire in Venezuela si inserisce in questa visione neo-imperiale: è un segnale che gli Stati Uniti considerano il Sudamerica come “il proprio cortile di casa” e non tollerano ingerenze esterne. Trump sta, di fatto, resuscitando la Dottrina Monroe del 1823, adattandola al XXI secolo. All’epoca il presidente James Monroe proclamò che il Nuovo Mondo era sotto la sfera di influenza esclusiva di Washington e che qualsiasi intervento europeo nelle Americhe sarebbe stato visto come una minaccia. Oggi il nemico non è più la Spagna coloniale ma la Cina, che con investimenti e alleanze (soprattutto in Venezuela, Cuba e altri paesi) ha aumentato la propria presenza in America Latina, e in misura minore la Russia e l’Iran. L’attacco del 3 gennaio “ha soprattutto una valenza geopolitica: elimina un alleato di Mosca, Pechino e Teheran nel cortile di casa degli USA”, scrive il Corriere della Sera. Insomma, Trump vuole lanciare un monito globale: dopo anni di guerre in Medio Oriente e di attenzione rivolta altrove, gli USA tornano a concentrare il pugno di ferro sul proprio vicino Sud, mandando il messaggio che l’America Latina è zona d’influenza americana e regoleranno loro i conti con i governi sgraditi nella regione.

Questo calcolo geopolitico spiega perché proprio adesso sia partita l’offensiva. Trump era frustrato dalla “penetrazione” cinese nel continente americano e ha deciso di agire in grande stilecorriere.it. Inoltre, all’inizio del suo nuovo mandato, gode ancora di slancio politico interno e vuole dimostrare forza ai suoi elettori: aveva promesso di non impantanare più truppe in lunghe guerre all’estero, ma di usare la forza in modo rapido e deciso quando necessario. Ed è esattamente ciò che sta facendo: attacchi brevi, intensi, mirati, senza coinvolgere troppo l’opinione pubblica domestica prima (il blitz è scattato senza preavviso né dibattito). In meno di un anno di nuovo governo, Trump ha già ordinato vari raid all’estero – dagli impianti nucleari iraniani ai rifugi di terroristi in Yemen e Siria, secondo la stampacorriere.it – e ora, con il Venezuela, ha oltrepassato un ulteriore limite. Come ha osservato un analista della CNN, “questo è certamente l’intervento militare straniero più clamoroso della presidenza Trump, finora”, a dimostrazione del “livello di libertà con cui Trump crede di poter operare a livello globale”. In altre parole, Trump sta facendo capire che gli Stati Uniti, sotto la sua guida, sono pronti ad agire unilateralmente e con mano pesante nel proprio emisfero, riprendendosi lo scettro di poliziotto delle Americhe senza chiedere permesso a nessuno.

Il pretesto della “guerra ai cartelli”: narcos, ibridi e operazioni coperte

Se il petrolio e la geopolitica sono i veri motori, il grimaldello usato da Trump per scassinare la porta latinoamericana è stata la guerra al narcotraffico. Già mesi prima dell’attacco a Caracas, gli Stati Uniti avevano incrementato in silenzio le operazioni militari contro obiettivi legati alla droga nella regione. Dal mese di settembre 2025, ad esempio, navi da guerra e droni USA hanno colpito imbarcazioni sospette nei Caraibi e nel Pacifico orientale, affondando almeno 35 natanti utilizzati per il traffico di droga e uccidendo oltre 100 persone in tali operazioni. In almeno due casi, a dicembre, forze speciali americane hanno condotto attacchi mirati in territorio venezuelano (prima ancora dell’invasione di gennaio) con la scusa di distruggere strutture portuali da cui partivano barche cariche di droga dirette verso gli Stati Uniticorriere.it. Tutte queste azioni sono state giustificate da Washington come operazioni anti-narcos, ma in realtà costituivano un escalation preparatoria: un modo per indebolire reti logistiche, raccogliere intelligence e testare la reazione dei paesi coinvolti in vista dell’intervento maggiore. Non a caso, proprio l’insieme di questi episodi ha creato le premesse dell’escalation: la stampa italiana ha ricostruito che da settembre in poi ci sono stati oltre 30 attacchi della US Navy contro barche di narcos, con più di 110 morti, una sequenza di eventi che ha portato all’escalation del 3 gennaio 2026.

Questo approccio – colpire il traffico di droga per colpire indirettamente regimi nemici – ha un doppio scopo. Da un lato, sul piano interno fornisce a Trump una giustificazione popolare: combattere i cartelli della droga (associati all’“invasione” di migranti e sostanze come il fentanyl) è un tema caro alla sua base, e gli consente di presentare queste operazioni come azioni per la sicurezza del popolo americano. Dall’altro lato, sul piano legale, dichiarare “terroristi” i narcotrafficanti esteri crea la base giuridica per usare la forza militare senza dichiarare guerra. Già a febbraio 2025 il Dipartimento di Stato USA ha designato sei cartelli messicani della droga come Organizzazioni Terroristiche Straniere (insieme alla gang centroamericana MS-13 e a un gruppo criminale venezuelano chiamato Tren de Aragua). Questa mossa ha allargato il margine legale per interventi armati e di intelligence contro di loroIn pratica, con un tratto di penna, i narcos sono stati equiparati ad Al Qaeda, consentendo incursioni e raid senza autorizzazione formale del Congresso. L’operazione contro Maduro rientra in questa logica: Trump ha “etichettato” il governo venezuelano come un cartello di narcoterroristi e poi lo ha attaccato militarmente invocando la difesa nazionale, sfruttando la stessa autorizzazione speciale post-11/9 usata contro i talebani.

Questa tattica del “narcos = terroristi” sta ora per essere estesa altrove, con piani ancora più azzardati. Documenti trapelati rivelano che l’amministrazione Trump ha preparato un piano segreto per operazioni militari in Messico, col fine dichiarato di “colpire direttamente i cartelli della droga” sul territorio messicano. Si tratterebbe di una svolta senza precedenti: mai gli Stati Uniti hanno condotto un intervento armato diretto in Messico dalla fine delle grandi guerre ottocentesche. Il piano, confermato da fonti di alto livello, prevede l’impiego di unità speciali del Joint Special Operations Command (JSOC) e di agenti CIA in missioni coperte (autorizzate sotto legislazione “Title 50”, quindi operazioni segrete di intelligence) all’interno del Messico. Queste squadre potrebbero utilizzare droni armati per eliminare laboratori di droga e boss dei cartelli, e in alcuni casi sarebbe necessaria anche la presenza fisica di operatori USA sul suolo messicano per designare obiettivi o condurre incursioni mirate. In pratica, si sta pianificando una “guerra ai cartelli” combattuta oltre confine, con modalità simili alle campagne antiterrorismo in Pakistan o Yemen.

Un alto funzionario americano ha dichiarato alla NBC che “l’intero apparato statale” USA verrà usato contro la minaccia dei cartelli, segno di quanto seriamente Washington stia prendendo questa strategia. Ufficialmente né la CIA né il Pentagono commentano, ma il solo trapelare di queste notizie ha già creato forti tensioni diplomatiche con Città del Messico. La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha ribadito pubblicamente il suo rifiuto di “qualsiasi forma di intervento o interferenza straniera” negli affari interni, pur confermando la volontà di cooperare contro il narcotraffico in maniera coordinata. In privato, però, fonti statunitensi lasciano intendere che gli USA potrebbero agire anche senza autorizzazione messicana, qualora lo ritenessero necessario per la propria sicurezza nazionale. Uno scenario da incubo per la sovranità del Messico, che rischia di vedere truppe e droni americani colpire obiettivi sul suo territorio unilateralmente.

Va sottolineato che questa militarizzazione estrema della “war on drugs” non ha precedenti così espliciti in tempi recenti. In passato gli USA hanno sostenuto i governi latinoamericani nella lotta ai narcos (come in Colombia o in Messico stesso) con addestramento, intelligence e aiuti, ma sempre evitando di condurre attacchi diretti senza consenso. Ora invece l’amministrazione Trump sembra pronta a infrangere anche questo tabù storico, trattando i cartelli come bersagli da eliminare con o senza l’ok dei governi locali. Non a caso, uno degli slogan comparsi nelle proteste di piazza negli USA è “Il problema non è il Venezuela, è l’Impero”, a sottolineare che questa vicenda va oltre Maduro: riguarda un modello imperialistico in cui Washington si arroga il diritto di intervenire ovunque nel suo emisfero con la scusa di combattere criminali o terroristi

Dopo il Venezuela: pressioni su Cuba, Messico e Colombia

L’onda d’urto dell’intervento in Venezuela si sta propagando in tutta l’America Latina, in particolare verso altri governi mal visti da Washington. Nel giro di poche ore dall’operazione su Caracas, Trump ha lanciato minacce dirette a Cuba, Messico e Colombia, lasciando intendere che il “progetto di pulizia” non si fermerà a Maduro.

  • Cuba: Il regime cubano di Miguel Díaz-Canel è uno storico nemico degli Stati Uniti e un alleato chiave di Maduro. Decine di consiglieri militari e tecnici cubani erano presenti in Venezuela e hanno combattuto a fianco delle forze chaviste: secondo L’Avana, 32 cittadini cubani sono rimasti uccisi durante il raid americano del 3 gennaio. Trump non ha escluso azioni contro Cuba, ma ha subito sostenuto che probabilmente non ce ne sarà bisogno. A suo dire, infatti, “Cuba è pronta a cadere” da sola dopo la caduta di Maduro. Il presidente USA ha dichiarato ai giornalisti che senza il petrolio venezuelano a sostenere l’economia dell’isola, il governo cubano difficilmente potrà resistere a lungo e “sembra che stia andando giù” da solo. In pratica, Trump prevede (o auspica) un collasso interno del regime cubano a seguito del taglio dei rifornimenti energetici e finanziari venezuelani. Questa prospettiva è stata ribadita anche dal segretario di Stato Marco Rubio, il quale ha definito “il governo cubano un grosso problema” e ha lasciato intendere che Cuba è “nel mirino” della politica USA, pur non rivelando apertamente i prossimi passiLe sue parole echeggiano come un avvertimento: Washington vede L’Avana come un bersaglio naturale dopo Caracas. Al momento, gli Stati Uniti sembrano puntare più a far collassare economicamente Cuba (privandola dell’alleato e del petrolio) che a un intervento militare diretto – Trump stesso ha detto “non credo che abbiamo bisogno di nessuna azione [militare]” su Cuba ora. Ma il messaggio è chiaro: se il governo cubano non dovesse cadere da solo, la pressione resterà alta. Già negli ultimi mesi Trump aveva irrigidito ulteriormente l’embargo e ampliato le sanzioni contro L’Avana; ora sfrutterà la posizione di debolezza dell’isola (rimasta senza il sostegno venezuelano) per provare a ottenere il risultato che sfugge a Washington da oltre 60 anni: la fine del regime castrista.

  • Messico: Paradossalmente, anche un paese formalmente alleato come il Messico è finito sotto tiro. I rapporti tra Trump e la presidente Claudia Sheinbaum (insediatasi nel 2025) sono rapidamente deteriorati sul tema sicurezza. Trump accusa la leader messicana di essere troppo morbida: “Non sta realmente governando il suo Paese, sono i cartelli della droga a controllarlo”, ha dichiarato in un’intervista su Fox News, aggiungendo che Sheinbaum “ha troppa paura dei cartelli”. Ha rivelato che più volte le ha offerto di inviare truppe USA in Messico per “eliminare i cartelli”, ma che lei ha sempre rifiutato categoricamente. “Lei dice: ‘no, no, no, per favore, signor Presidente’... quindi dobbiamo fare qualcosa”, ha raccontato Trump, lasciando intendere impazienza e determinazione a intervenire comunque. Queste parole preannunciano quella che potrebbe essere la crisi più grave nei rapporti USA-Messico dai tempi della guerra del 1846: un possibile intervento armato unilaterale sul suolo messicano contro i cartelli. Sheinbaum, leader di sinistra nazionalista, ha reagito con fermezza definendo “inaccettabile” qualsiasi violazione della sovranità e ricordando che il Messico “coordina e collabora, ma non si subordina”. Tuttavia, la pressione di Washington è enorme. Dopo il blitz in Venezuela, Trump ha rincarato la dose pubblicamente: “Anche il Messico è nel mirino”, ha detto, facendo seguire alle minacce a Cuba e Colombia anche un avvertimento a Città del Messico. Ha ribadito che “bisogna fare qualcosa col Messico, perché i narcotici stanno fuoriuscendo dal Paese”accusando nei giorni scorsi il vicino di non saper controllare il traffico di droga e i flussi migratori. Fonti del Pentagono confermano che piani operativi esistono (come visto sopra) e che gli addestramenti per missioni speciali in territorio messicano sarebbero già iniziati. Se Trump decidesse di agire, inviando droni o squadre speciali oltre il Rio Grande, si aprirebbe una crisi di portata storica nelle relazioni bilaterali. Il governo messicano potrebbe trovarsi di fronte a un bivio: o cooperare più attivamente nella repressione (accettando magari operazioni congiunte più invasive) o affrontare la violazione della propria sovranità. In entrambi i casi, la stabilità interna potrebbe essere a rischio. Per ora Sheinbaum gode di un certo consenso e del sostegno delle istituzioni, ma un conflitto aperto con Washington (o, al contrario, la percezione di una sua debolezza verso gli USA) potrebbe indebolirla politicamente. La mossa di Trump di designare formalmente i cartelli messicani come terroristi ha inoltre effetti economici e diplomatici: ha congelato beni, permesso arresti di membri in territorio USA e messo pressione sul Messico per “fare pulizia in casa”. Il timore è che la guerra ai cartelli si trasformi in una guerra al governo messicano stesso se quest’ultimo non asseconda la strategia americana

  • Colombia: Un altro fronte caldo è la Colombia, guidata dal 2022 dal presidente Gustavo Petro, il primo leader progressista nella storia recente del Paese e già guerrigliero negli anni ‘80. Petro ha ripristinato i rapporti con il Venezuela e adottato una linea critica verso la tradizionale guerra alla droga sponsorizzata dagli USA, promuovendo approcci alternativi (sviluppo rurale, depenalizzazioni) – politiche malviste a Washington. Già nei mesi scorsi c’erano stati attriti: a settembre 2025, durante una delle operazioni navali anti-narcos americane nel Mar dei Caraibi, una barca colombiana è stata attaccata da un elicottero USA e un pescatore colombiano innocente è rimasto ucciso nell’esplosione. Petro ha denunciato l’episodio come “omicidio” e “violazione della sovranità colombiana”, chiedendo spiegazioni a Washington. Non solo: a ottobre, dopo l’intensificarsi dei raid statunitensi vicino alle acque colombiane, il governo Petro si è spinto a chiedere all’ONU l’apertura di un procedimento penale internazionale contro Donald Trump per aver ordinato attacchi militari senza mandato. La reazione di Trump è stata durissima. In un crescendo di insulti, il presidente americano ha definito Petro “un leader della droga illegale” che incoraggia la produzione di stupefacenti, affermando che “il traffico di droga è diventato di gran lunga il più grande business in Colombia” sotto il suo governo. Ad ottobre Trump ha poi annunciato di bloccare tutti gli aiuti economici USA alla Colombia, milioni di dollari in cooperazione e supporto militare, definendoli “una truffa ai danni dell’America” e accusando Petro di ingratitudine. È un colpo pesante per Bogotà, che storicamente è stato il principale alleato degli USA nella regione e un grande beneficiario di fondi (il famoso Plan Colombia). Infine, Trump è arrivato alla minaccia personale diretta: ha scritto sui social che “Petro, un leader sottovalutato e molto impopolare, farebbe meglio a chiudere subito quei campi di sterminio (ndr: si riferisce ai laboratori di droga e alle piantagioni illegali) immediatamente, o l’America li chiuderà per lui, e non sarà fatto in modo gentile”. Questo linguaggio – “non sarà fatto in modo gentile” – suona come un vero e proprio ultimatum. Trump ha anche definito Petro “un uomo malato” che “non governerà ancora per molto”, aggiungendo che “un’operazione Colombia mi sembra una buona idea” in conversazioni informali con la stampa. In altre parole, ha lasciato intendere che il governo Petro potrebbe essere il prossimo a cadere, per mano americana o tramite pressioni esterne/interne fomentate dagli USA.

Le conseguenze già si vedono: la Colombia ha preso precauzioni militari. All’indomani delle minacce, il governo di Bogotà ha schierato l’esercito al confine con il Venezuela, ufficialmente per prevenire infiltrazioni dopo il caos a Caracas, ma anche per segnalare agli USA la volontà di difendersiPetro, dal canto suo, cerca appoggi internazionali: ha ottenuto la solidarietà di vari leader latinoamericani ed europei contrari all’interventismo di Trump, ma la sua posizione interna è complicata. I settori conservatori colombiani (tradizionalmente legati a Washington) lo attaccano accusandolo di isolare il Paese e di non combattere abbastanza i narcos. Ci sono già state manifestazioni pro e contro Petro sul tema sicurezza. La situazione rischia di degenerare: un eventuale intervento USA “in stile Venezuela” in Colombia sarebbe uno shock enorme, ma non impossibile da immaginare visto il livello dello scontro verbale. Più probabile, tuttavia, è che Trump cerchi di fomentare un cambio di regime indiretto: intensificando le sanzioni economiche (già avviate con il taglio degli aiuti), sostenendo l’opposizione interna colombiana e magari incoraggiando settori dell’esercito ostili a Petro. Il tutto sempre sotto la bandiera della “lotta ai narcos”. In pratica, la Colombia potrebbe subire quella che in passato avrebbero definito un’operazione di destabilizzazione: pressione economica, isolamento diplomatico e magari episodi di sabotaggio o incidenti di confine volti a mettere in difficoltà Petro, fino a spingerlo fuori dal potere. È uno scenario ancora ipotetico, ma le parole di Trump – “non lo farà ancora per molto [il presidente], l’operazione Colombia sembra una buona idea”– sono inquietanti perché annunciano apertamente l’intenzione di “farlo fuori” politicamente.

Chi cadrà? Governi a rischio e scenari di cambio di regime

Alla luce di questa escalation regionale voluta da Trump, quali governi rischiano di cadere? Purtroppo lo scenario delineato sembra puntare a una “doppietta” o addirittura tripletta di cambi di regime in America Latina.

In Venezuela, il governo di Maduro è già caduto de facto con la sua cattura. Il regime chavista è decapitato: Maduro è ora detenuto a New York in attesa di processo per narcotraffico, e la sua assenza ha aperto un vuoto di potere. Formalmente Delcy Rodríguez è presidente ad interim, ma la situazione è caotica. Washington non ha un piano chiaro per il dopo-Maduro (Trump ha escluso dal futuro sia Maduro che l’oppositrice Machado, giudicata troppo debole), lasciando intendere che saranno gli USA stessi a “governare il paese” per un periodo non definito. Questo potrebbe significare un’amministrazione provvisoria controllata dagli Stati Uniti, finché non installeranno un governo a loro favorevole. Di fatto, quindi, il regime venezuelano di Maduro è stato rovesciato (come notato dal politico italiano Calenda, “il rovesciamento di Maduro” è avvenuto, sebbene con modalità preoccupanti) e ciò rappresenta esattamente l’esito voluto da Trump. Resta da vedere se il chavismo riuscirà a riorganizzarsi o se crollerà definitivamente; molto dipenderà anche dall’atteggiamento di paesi vicini come il Brasile, che al momento ha riconosciuto Rodríguez come presidente legittima per evitare vuoti di potere.

In Cuba, come detto, Trump è convinto che il governo cubano sia prossimo al collasso spontaneo. L’isola affronta già una grave crisi economica e l’addio del suo principale fornitore di petrolio e aiuti (il Venezuela) la mette in ginocchio. Se nelle prossime settimane dovessero scarseggiare carburante ed elettricità, e se gli USA manterranno alta la pressione (magari ostacolando eventuali aiuti da Russia o altri), non è escluso che a Cuba esplodano proteste e disordini interni. Nel luglio 2021 si erano già viste manifestazioni anti-governative senza precedenti a Cuba, soffocate però rapidamente. Ora il terreno è ancora più fertile per il malcontento popolare. Trump essenzialmente aspetta che il frutto cada da solo dall’albero, ma non è impensabile che l’amministrazione americana soffi sul fuoco: ad esempio aumentando l’appoggio a gruppi dissidenti cubani, intensificando la propaganda (internet satellitare come Starlink è stato offerto gratuitamente “a sostegno del popolo venezuelano” dopo l’attacco, e potrebbe essere esteso ai cubani per aggirare la censura) e magari preparando sanzioni ancor più asfissianti. Se il governo Díaz-Canel dovesse vacillare, gli Stati Uniti potrebbero tentare di favorire un cambio al vertice – scenario che sarebbe celebrato come un’altra “liberazione” dopo Maduro. In sintesi, il regime comunista cubano è in serio pericolo: o cede alle proteste interne alimentate dalla crisi, o rischia di essere il prossimo bersaglio (diretto o indiretto) di Trump. Lo stesso Rubio ha avvertito che “non è un mistero che non siamo grandi fan del regime cubano” e che se ne parlerà presto.

In Colombia, la posizione di Petro è probabilmente la più fragile politicamente. È vero che a differenza di Maduro o Díaz-Canel, Petro è un presidente democraticamente eletto e la Colombia ha istituzioni solide e una stampa libera. Un’invasione in stile Venezuela sarebbe molto più difficile da giustificare sul piano internazionale. Ma ciò non significa che Petro sia al sicuro. Trump ha già dimostrato di volerlo indebolire: il taglio di tutti gli aiuti USA è un duro colpo (quei fondi finanziavano programmi sociali e di sicurezza, ora a rischio). L’economia colombiana potrebbe risentirne e l’opposizione interna accusa Petro per aver fatto deteriorare i rapporti con Washington. Inoltre, Petro non ha un forte controllo sul Congresso colombiano ed è “molto impopolare”, come sottolinea malignamente Trump(in effetti, i sondaggi colombiani degli ultimi mesi indicavano un calo di popolarità di Petro). Tutto ciò dà spazio a possibili manovre: ad esempio, i partiti di destra colombiani potrebbero tentare un’impeachment contro Petro con il pretesto dell’“affronto” agli USA o del mancato controllo del narcotraffico. Oppure frange estremiste potrebbero addirittura ipotizzare un golpe militare “patriottico” per riallineare la Colombia agli Stati Uniti – uno scenario che sembrava archiviato dal secolo scorso, ma che torna evocato in alcuni circoli, alimentato dal linguaggio di Trump (il quale parla di Petro quasi come di un nemico da abbattere). La minaccia “lo America li chiuderà per lui” riferita ai campi di drogasuona sinistra: se Petro non reprime con la forza le coltivazioni illegali (cosa che per ora non vuole fare con metodi tradizionali), gli USA potrebbero entrare in azione in Colombia con operazioni mirate (droni sulle giungle del Cauca? Incursioni nelle aree controllate dalle dissidenze delle FARC?). Qualsiasi intervento armato straniero sul suolo colombiano delegittimerebbe enormemente Petro davanti alla sua opinione pubblica, facendolo apparire impotente. Dunque, pur non essendoci (ancora) un’invasione come in Venezuela, il governo Petro potrebbe “cadere” per implosione politica indotta dalle mosse americane: un presidente delegittimato, isolato e messo all’angolo economicamente potrebbe essere costretto alle dimissioni o a elezioni anticipate che lo vedrebbero probabilmente sconfitto. In conclusione, la Colombia rischia di perdere il suo governo attuale nel giro di qualche mese se la strategia di Trump avrà effetto.

In Messico, la situazione è diversa: la presidente Sheinbaum e il suo governo non sono vicini al collasso – anzi, il Messico rimane un partner commerciale cruciale per gli USA ed è politicamente stabile. Tuttavia, anche qui il rischio è di destabilizzazione se dovesse verificarsi uno scontro diretto. Sheinbaum ha ereditato la linea nazionalista del suo predecessore AMLO e non vuole assolutamente cedere sulla sovranità. Se gli Stati Uniti dovessero davvero effettuare attacchi unilaterali in territorio messicano (ad esempio bombardando un laboratorio di fentanyl in Sinaloa senza permesso), la reazione popolare in Messico sarebbe furiosa. Sheinbaum si troverebbe stretta tra la pressione di Washington da una parte e l’indignazione nazionale dall’altra. In uno scenario estremo, potrebbero scaturire crisi di governo o tensioni tali da mettere a repentaglio la sua presidenza (immaginiamo se l’esercito messicano dovesse rispondere a uno sconfinamento USA: sarebbe un conflitto aperto). Più realisticamente, però, l’obiettivo di Trump non è far cadere il governo messicano, bensì costringerlo a obbedire. La minaccia di intervento è un modo per ottenere che Sheinbaum intensifichi la guerra ai cartelli sul fronte interno, ai termini dettati dagli USA. Se ciò accadrà, il governo messicano resterà in carica ma sotto tutela; se invece Sheinbaum resisterà, Trump potrebbe aumentare le misure punitive (dazi economici, restrizioni ai visti, ecc.) per indebolirla politicamente. In breve, il Messico come Stato non collasserà, ma la sua leadership potrebbe subire forti contraccolpi e vedere limitata la propria autonomia sotto la pressione statunitense.