GROENLANDIA: LA GUERRA CHE VI STANNO NASCONDENDO

Ci state credendo davvero che lì non stia succedendo nulla? Mentre i giornali vi distraggono con il gossip e la politica-spettacolo, la Groenlandia è diventata il nuovo scacchiere della guerra globale. Droni, basi segrete, accordi sotterranei tra élite finanziarie e governi fantoccio. Trump muove i fili, la NATO vacilla, l’Europa tace. E nessuno vi dice la verità. Questo non è un articolo. È una sveglia.

Lorenzo Serio

1/21/202619 min read

Le tensioni geopolitiche attorno alla Groenlandia sono arrivate a un punto critico, al punto che si discute apertamente della possibilità di una guerra. Ciò che fino a poco tempo fa sembrava fantapolitica è ora argomento di summit internazionali e dichiarazioni infuocate. Il presidente statunitense Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha infatti rilanciato l’idea di “prendere” la Groenlandia “in un modo o nell’altro”, considerandola vitale per la sicurezza nazionale americana. Questo ha innescato una spirale di crisi senza precedenti tra alleati: l’Unione Europea e la NATO si sono schierate fermamente al fianco di Danimarca e Groenlandia, mentre Washington ha persino minacciato dazi punitivi contro i Paesi europei che vi si oppongono. In questo contesto surreale (un conflitto all’interno dell’Alleanza Atlantica ) si moltiplicano manovre militari, trattative segrete, interventi dei grandi attori finanziari e anche teorie controverse su giochi di potere occulti. Di seguito esaminiamo la probabilità di guerra, le mosse delle varie potenze (dagli Stati Uniti alla NATO, fino a Russia e Cina) e gli interessi, anche nascosti, che alimentano questa pericolosa crisi.

Probabilità di guerra e manovre militari sul campo

La prospettiva di uno scontro armato per la Groenlandia, impensabile fino a poco tempo fa, viene ora presa molto sul serio. Secondo un sondaggio in Germania, ben il 62% dei cittadini tedeschi sarebbe favorevole a un intervento militare in aiuto della Danimarca qualora fosse dichiarato lo stato di guerra. Governi e opinione pubblica europei, dunque, stanno contemplando uno scenario di conflitto. Sul campo, la Danimarca ha già rafforzato la presenza di truppe sull’isola: un nuovo contingente di circa 100 soldati è stato inviato a Nuuk e Kangerlussuaq nell’ambito dell’operazione “Arctic Endurance”. Inoltre, su iniziativa danese, vari Paesi europei (compresa la Germania) hanno inviato a metà gennaio squadre militari di ricognizione in Groenlandia per valutare come aiutare Copenaghen a mettere in sicurezza la regione. Berlino ha inviato 13 soldati della Bundeswehr a Nuuk a tale scopo, coordinandosi con altri partner europei. L’obiettivo dichiarato è migliorare la sorveglianza marittima e aerea attorno all’isola, data la sua vastità e la popolazione esigua (solo 56 mila abitanti). Lo stesso ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha sottolineato che “una semplice presenza di truppe non può garantire protezione completa” in un territorio così esteso; serve piuttosto un monitoraggio costante – sott’acqua, sul mare e nei cieli – con esercitazioni regolari per dimostrare la presenza alleata nell’area.

Soldati danesi durante un’esercitazione NATO in Groenlandia nel 2025. L’Europa prepara piani di sorveglianza e deterrenza militare per proteggere l’isola

Parallelamente, la NATO ha avviato nuove esercitazioni nell’Artico e ribadito la necessità di rafforzare la postura militare nel Grande Nord. Il comandante supremo alleato in Europa (SACEUR), gen. Alexus Grynkewich, ha parlato apertamente di aumentare la deterrenza e sorveglianza nella regione artica. Insomma, gli alleati stanno mostrando i muscoli per dissuadere qualsiasi azione unilaterale. La Francia, ad esempio, ha proposto ufficialmente esercitazioni NATO in Groenlandia come segnale verso Washington. Sul fronte statunitense, Trump insiste che la Danimarca non è in grado di proteggere la Groenlandia, sostenendo che Copenhagen “non va nemmeno regolarmente sull’isola” e che quindi “dobbiamo prenderla noi”. Alla domanda se sia pronto all’uso della forza militare, Trump ha risposto con un gelido “no comment”, alimentando il timore che non escluda l’opzione bellica. Finora, comunque, non si registrano movimenti apertamente ostili di truppe americane verso la Groenlandia. Gli Stati Uniti già dispongono della base aerea di Thule/Pituffik nel nord dell’isola (cruciale per il sistema radar antimissile), e proprio in questi giorni aerei del NORAD americano vi sono arrivati per operazioni pianificate da tempo e coordinate con la Danimarca, come ci ha tenuto a precisare il comando USA per evitare fraintendimenti. In pubblico, dunque, Washington mantiene una parvenza di routine militare, ma il contesto fa temere che basterebbe un incidente o un ordine improvviso per scatenare un conflitto.

Quanto è probabile la guerra? Gli analisti ritengono ancora possibile evitare uno scontro armato diretto, ma avvertono che la situazione è precaria. L’alta rappresentante UE Kaja Kallas ha definito questa crisi “una situazione che non abbiamo mai vissuto prima”, in cui tuttavia l’Europa deve mantenere calma e unità. Anche leader moderati come il cancelliere tedesco Merz cercano soluzioni cooperative: Merz ha dichiarato che condivide le preoccupazioni di sicurezza sollevate dagli USA ma solo in un quadro multilaterale, auspicando che anche gli americani partecipino a una maggiore presenza NATO congiunta in Groenlandia, anziché agire da soli. Questa proposta di “difesa condivisa” dell’isola potrebbe ridurre il rischio di guerra aperta, se Trump accettasse di buon grado. Tuttavia, la retorica aggressiva di Washington lascia intendere che la Casa Bianca considera inevitabile assicurarsi il controllo della Groenlandia ( “non si può tornare indietro” ha scritto Trump, “su questo tutti sono d’accordo!” ) e ciò mantiene alta la possibilità di un confronto. In definitiva, la probabilità di guerra resta difficile da quantificare, ma è abbastanza concreta da spingere la NATO a preparare piani d’emergenza e l’UE a cercare disperatamente una de-escalation diplomatica nei prossimi vertici.

Interessi strategici ed economici dietro la crisi groenlandese

Per capire i giochi di potere in atto, occorre vedere cosa c’è in palio in Groenlandia. Ufficialmente, Trump giustifica l’operazione con motivi di sicurezza nazionale: controllare l’isola permetterebbe agli USA di monitorare meglio l’Artico e deterre i rivali Russia e Cina nella regione. In effetti, la Groenlandia ospita il radar di allerta precoce di Thule, fondamentale per rilevare eventuali missili balistici diretti verso il Nord America passando sopra il Polo: la rotta aerea più breve tra USA e Russia passa proprio sopra la Groenlandia. Chi domina quest’isola controlla quindi un tassello chiave dello scudo antimissile e dell’ombrello difensivo USA. Non solo: lo scioglimento dei ghiacci artici sta aprendo nuove rotte marittime commerciali, in particolare la rotta del Mare del Nord (lungo le coste russe) che accorcia i viaggi tra Asia ed Europa. Washington vuole avere voce in capitolo anche su queste rotte artiche emergenti, da cui transiterà una quota crescente dei traffici mondiali. La Groenlandia stessa, per posizione, è una piattaforma ideale da cui proiettare potenza nel Nord Atlantico e controllare il cosiddetto varco GIUK (tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito), ovvero il passaggio obbligato per la flotta russa dall’Artico all’Atlantico. Non a caso, proprio nel varco GIUK forze NATO hanno di recente intercettato e sequestrato una petroliera russa (“Marinera”) in violazione delle sanzioni, a dimostrazione di quanto sia strategico quel corridoio per Mosca.

Oltre alla dimensione militare, ci sono enormi ricchezze minerarie. La Groenlandia è ricchissima di risorse naturali: possiede giacimenti di ferro, rame, piombo, zinco, diamanti, oro e uranio, oltre a vaste riserve di terre rare. Questi 17 elementi (come il neodimio, il lantanio, etc.) sono cruciali in settori strategici : elettronica, missilistica, auto elettriche e batterie, tecnologie verdi : ma la loro filiera è oggi dominata dalla Cina. Pechino infatti estrae circa il 60% delle terre rare mondiali e ne raffina oltre il 90%. Gli Stati Uniti sono fortemente dipendenti da importazioni cinesi di terre rare (72% del fabbisogno USA tra 2019 e 2022 veniva dalla Cina). Assicurarsi la Groenlandia – con le sue riserve non sfruttate – offrirebbe a Washington un accesso potenzialmente illimitato a queste risorse critiche, riducendo la dipendenza da Pechino. È evidente dunque che dietro la retorica sulla sicurezza si nasconde anche l’appetito per nuovi giacimenti minerari. L’amministrazione Trump, negando qualsiasi ipocrisia, ha esplicitamente citato la necessità di metalli rari e minerali per l’economia americana come ragione dell’interesse per l’isola. Va aggiunto che il riscaldamento globale sta sciogliendo i ghiacci interni groenlandesi, esponendo aree prima inaccessibili e rendendo estrabili risorse un tempo fuori portata. Tuttavia, la popolazione locale ha una crescente coscienza ambientale: nel 2021 il governo autonomo groenlandese ha persino cancellato il progetto di una miniera di terre rare a Kvanefjeld (in mano a investitori cinesi) per timori di impatto ecologico. Ciò indica che Groenlandia e Danimarca non intendono sacrificare il territorio a una corsa sfrenata agli scavi.

  • Gli interessi economici si estendono anche oltre le risorse naturali. Si vocifera che alcuni grandi imprenditori tecnologici vicini a Trump vedano nella Groenlandia un luogo ideale per installare data center, mining di criptovalute e persino centrali nucleari di supporto, approfittando del clima freddo e di spazi vasti e poco popolati. Questa prospettiva (per ora teorica) spiegherebbe ulteriormente l’ostinazione di Trump nel voler “possedere” l’isola, che diverrebbe una nuova frontiera per investimenti hi-tech e infrastrutture strategiche private.

In sintesi, la Groenlandia è al centro di una partita globale: chi la controlla ottiene vantaggi militari (radar, posizionamento strategico), geopolitici (presenza nell’Artico, controllo rotte) ed economici (accesso a risorse chiave e potenziali progetti industriali). Non stupisce dunque che Russia, Cina, USA ed Europa vogliano tutte avere voce sul futuro dell’isola. Trump insiste che la posta in gioco è così alta da giustificare misure estreme / “Gli Stati Uniti devono acquisirla per motivi di sicurezza nazionale e per impedire ai rivali di farlo” / e che solo l’America può garantire la stabilità globale in Artico “attraverso la forza”. Dall’altra parte, l’Europa ribatte che la sovranità non è in vendita e che nessuna ricchezza strategica può giustificare la prepotenza: “La Groenlandia appartiene al suo popolo... Nessuna minaccia di dazi potrà cambiare questa realtà. La sovranità non è negoziabile” ha dichiarato Kaja Kallas a nome dell’UE. Questo scontro di visioni rende complicata una soluzione: dietro le quinte, l’unica via per evitare il conflitto sarebbe trovare un compromesso in cui gli interessi americani (difesa e accesso a risorse) siano soddisfatti senza strappare la Groenlandia alla Danimarca. Ad esempio, più basi militari USA o concessioni minerarie maggiori potrebbero teoricamente essere negoziate. La Danimarca stessa si è detta pronta a far fare di più agli americani sul territorio, concedendo eventualmente un aumento dell’accesso militare (già oggi notevole) ma ha escluso categoricamente qualsiasi cessione di sovranità. Resta da vedere se Trump accetterebbe mezze misure.

Trump contro Europa: la crisi della NATO e i rischi di frattura occidentale

La vicenda Groenlandia ha scoperchiato tensioni latenti nell’alleanza occidentale, mettendo in crisi la NATO come mai prima. In sostanza, gli Stati Uniti di Trump stanno minacciando un loro alleato storico, la Danimarca (membro NATO), con un atto ostile ( l’annessione forzata di un suo territorio. Questo ha portato allo scontro frontale con l’Europa: Bruxelles ha espresso “sostegno inequivocabile” a Danimarca e Groenlandia e condannato le dichiarazioni di Trump come “sfida palese al diritto internazionale e all’integrità territoriale di un alleato NATO”. La Presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha dichiarato che l’UE sta unita con la Groenlandia e la Danimarca, incassando un minuto di applausi a Strasburgo. Anche leader nazionali e di partito hanno preso posizione: Manfred Weber (PPE) ha avvertito che “giocare con la Groenlandia significa giocare con la NATO”, aggiungendo però che l’Europa dovrà rispondere con calma e unità, senza farsi trascinare nello stile conflittuale di Trump.

Dall’altro lato dell’Atlantico, Trump appare convinto che gli alleati europei alla fine cederanno. Ha dichiarato ai giornalisti di non credere che i leader UE “opporranno troppa resistenza” ai suoi piani, sostenendo anzi che “tutti sono d’accordo” sull’importanza strategica della Groenlandia e sul fatto che solo gli USA possano garantirne la sicurezza. In privato, ha mostrato sui social screenshot di messaggi in cui il Segretario Generale della NATO Mark Rutte gli assicurava di essere “impegnato a trovare una soluzione” sulla questione. Inoltre, Trump ha rivelato parti di conversazioni riservate (ad esempio un messaggio del presidente francese Macron sul prossimo G7) come forma di pressione mediatica. Tutto ciò ha irrigidito ulteriormente le controparti europee, che vedono compromessa la fiducia di base. Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione UE, ha definito l’atteggiamento USA come “unilateralismo” da cui l’Europa deve difendersi, lanciando a Davos un appello per una maggiore autonomia strategica europea di fronte a questi shock geopolitici.

Il nodo centrale è la NATO stessa. Trump ha ventilato che per lui la Groenlandia è una priorità talmente assoluta da poter entrare “in conflitto con il ruolo degli Stati Uniti nell’Alleanza Atlantica”. Avrebbe persino detto esplicitamente che gli USA potrebbero dover scegliere tra la Groenlandia e la NATO”. Si tratta di un ricatto senza precedenti: il presidente americano lascia intendere che è disposto a far saltare la NATO pur di ottenere l’isola. In effetti, Trump già in passato era critico verso l’Alleanza (accusando gli europei di non contribuire abbastanza) ma ora il tono è ben più grave. Minacciare un’invasione di un territorio di un partner NATO è qualcosa di “unico ed eccezionale nella storia dell’Alleanza”, osserva Andrea Gilli del NATO Defense College: in passato ci furono tensioni dure tra alleati (dall’invasione turca di Cipro nel 1974 alle diatribe tra Grecia e Turchia), “ma gli Stati Uniti non erano mai arrivati a minacciare – seppur velatamente – l’invasione di un territorio alleato”. Questa situazione paradossale sta logorando il collante politico della NATO. Per ora, i 32 membri restano formalmente uniti “finché saremo 32 alleati, ci comporteremo come tali”, ha detto una fonte NATO, confermando che anche nelle riunioni ufficiali (come il Comitato dei Capi di Stato Maggiore riunito in questi giorni) la questione Artico verrà discussa seriamente nel “quadro dell’approccio a 360 gradi” dell’Alleanza. Ma è chiaro che se Washington e Copenhagen arrivassero alle armi, la NATO imploderebbe: l’articolo 5 sulla mutua difesa non è pensato per conflitti interni, e molti alleati europei si troverebbero costretti a schierarsi contro gli Stati Uniti, di fatto segnando la fine dell’Alleanza.

Già ora si intravedono crepe interne. L’Ungheria, ad esempio, ha definito la Groenlandia “una questione bilaterale” tra USA e Danimarca che non riguarda l’UE, dichiarando che Budapest non sosterrebbe una dichiarazione europea congiunta di condanna. Il governo nazionalista ungherese di Orban è tradizionalmente vicino a Trump e mantiene una posizione ambigua che indebolisce l’unità europea. Tuttavia, la stragrande maggioranza degli altri Paesi UE è compatta nel respingere le pretese americane: perfino il Regno Unito (fresco di Brexit ma pur sempre coinvolto nell’Artico) starebbe discutendo con partner UE la possibilità di un dispiegamento militare congiunto in Groenlandia, con Londra e Berlino in cabina di regia, proprio per dissuadere Washington da tentazioni di annessione mostrando che l’Europa è pronta a difendere l’isola. Questo piano presentato ufficialmente come risposta alle accresciute attività russe e cinesi nell’Artico in realtà mira a “raffreddare le pressioni statunitensi sulla Groenlandia” e creare deterrenza credibile all’interno della NATO, evitando che una crisi interna si trasformi in uno strappo irreversibile.

Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, si trova in una posizione delicatissima: deve fare da mediatore tra Washington e gli europei, cercando di mantenere il supporto USA all’Alleanza evitando al contempo che un membro minacci la sovranità di un altro. Pubblicamente Rutte minimizza (“l’Alleanza non è affatto in crisi”), ma dietro questa apparente serenità c’è probabilmente il nodo più spinoso del suo mandato. Rutte che in estate aveva scherzosamente chiamato Trump “paparino” in un’intervista, nel tentativo di ingraziarselo ora deve fronteggiare la realtà che le “dichiarazioni di Trump sono piuttosto uniche ed eccezionali nella storia della NATO” e rischiano di lacerarla dall’interno. Se gli USA dovessero davvero procedere unilateralmente, molti in Europa si chiedono se non sarebbe meglio per gli europei prepararsi a un’epoca post-NATO. Bronwen Maddox, direttrice del think tank Chatham House, ha avvertito che se diventasse “normale” per un alleato agire unilateralmente contro un altro, l’Occidente cambierebbe in modo irreversibile, compromettendo fiducia e solidarietà reciproche. In tal caso, ha suggerito, l’Europa (e il Regno Unito) dovranno pensare a nuove forme di cooperazione che li proteggano, anche prendendo le distanze dalle azioni degli USA se necessario. Parole che suonano come l’anticamera di una difesa europea autonoma, qualora l’ombrello americano venisse meno.

Va detto che il peso degli Stati Uniti nella NATO resta schiacciante: Washington copre circa il 70% della spesa per la difesa dell’Alleanza (circa 900 miliardi di dollari l’anno) e fornisce capacità militari insostituibili. Questa realtà finanziaria e militare fa sì che senza gli USA la NATO come la conosciamo cesserebbe di funzionare. Ed è proprio su questo squilibrio che Trump fa leva: secondo l’analista Gilli, Trump vuole ottenere due obiettivi, da una parte obbligare gli europei a fare molto di più per la difesa comune (persino difendere interessi americani, come l’Artico, invertendo la dinamica storica per cui erano gli USA a garantire la difesa dell’Europa) e dall’altra rendere il sostegno americano agli alleati “sempre più ambiguo e costoso” per loro, quasi un’arma di ricatto. Così l’Europa si troverebbe a dover pagare un prezzo politico ed economico altissimo per mantenere l’impegno USA, e magari a cedere su dossier come la Groenlandia. È un gioco pericoloso: rischia di spezzare definitivamente la fiducia transatlantica. Non a caso, la presidente della BCE Christine Lagarde ha parlato di “crisi di fiducia” come il danno più grave derivante da questa disputa, paragonandola per impatto potenziale alla crisi di Suez del 1956 che segnò il tramonto dell’influenza europea in Medio Oriente (all’epoca furono gli USA a frenare Francia e UK). Oggi il timore europeo è che la vicenda Groenlandia segni il tramonto della coesione occidentale.

Russia e Cina: attori nell’ombra tra opportunismo e timori

In questo conflitto latente tra USA ed Europa, Russia e Cina osservano con estremo interesse !! ciascuno intravedendo opportunità ma anche rischi !!

La Russia considera l’Artico una zona di importanza vitale. Oltre un terzo del territorio russo si trova sopra il Circolo Polare Artico, e fin dall’epoca zarista Mosca ha esplorato e militarizzato quelle regioni, considerandole parte integrante della propria identità nazionale e sicurezza. Negli ultimi anni, il Cremlino ha investito molto nel potenziamento della Flotta del Nord e delle infrastrutture militari artiche: ci sono circa 25 basi militari lungo la costa artica russa, con sottomarini nucleari, porti per rompighiaccio e postazioni radar avanzate. Putin vede la presenza NATO nell’Artico come una minaccia diretta. Già a fine 2024 il ministro degli esteri Sergej Lavrov dichiarava che “la Russia è assolutamente preparata a un conflitto con la NATO nell’Artico”. Nell’aprile 2025, durante una visita a Murmansk, Putin ha accusato gli Stati Uniti di militarizzare l’Artico perseguendo i propri interessi geo-strategici e ha avvertito che la Russia “risponderà” se i Paesi NATO useranno la regione come “trampolino di lancio per conflitti”. Di fronte all’invio di truppe NATO in Groenlandia, Mosca ha espresso “seria preoccupazione”: il ministero degli esteri russo ha parlato di situazione allarmante alle alte latitudini, lasciando intendere che la Russia potrebbe prendere contromisure per tutelare la propria sicurezza artica (senza specificarle). In un certo senso, il Cremlino gioisce nel vedere i nemici occidentali litigare tra loro – il ministro Lavrov ha commentato che era “difficile immaginare” che una questione come la Groenlandia avrebbe messo in discussione l’unità della NATO, eppure è ciò che sta accadendo. La propaganda russa sottolinea come l’Occidente sia in crisi di coesione, tentando di sfruttare la situazione per delegittimare la NATO.

D’altra parte, Putin deve anche stare attento: se davvero gli USA prendessero la Groenlandia, la posizione russa nell’Artico peggiorerebbe. Attualmente, la Russia deve già passare attraverso il GIUK gap (controllato da NATO) per uscire in Atlantico. Una Groenlandia in mano americana aumenterebbe ancor di più il controllo statunitense su quel passaggio vitale, stringendo la morsa attorno alla Flotta russa. Inoltre, l’influenza cinese in Groenlandia pur limitata – è un fattore non gradito a Mosca: se la crisi portasse la Danimarca a cercare investimenti cinesi alternativi agli USA, la Russia temerebbe che Pechino domini l’area, come ammesso dagli stessi funzionari russi. Va ricordato che la Russia, impegnata in Ucraina, ha ora poche risorse per proiettare potenza economica o tecnologica nell’Artico. Le sue promesse di sfruttare commercialmente la rotta artica del Nord, ad esempio, sono rimaste per lo più sulla carta: Mosca non ha i capitali né le infrastrutture moderne per farne una via di navigazione pienamente operativa. Le sanzioni occidentali poi la privano di tecnologie e investimenti per estrarre petrolio e gas artici. Ciò rende la Russia paradossalmente più dipendente dalla Cina (ad esempio per rompighiaccio o partnership energetiche in Siberia), una posizione di subalternità che Putin mal sopporta. In sintesi, la Russia osserva la crisi Groenlandia sperando che indebolisca la NATO e distragga l’Occidente (magari alleggerendo la pressione su Mosca in Ucraina), ma teme anche di ritrovarsi con una NATO più presente nel “suo” Artico. La postura russa è dunque duplice: diplomaticamente sobilla la spaccatura occidentale (Lavrov evidenzia le “tendenze di crisi nella società occidentale” di cui la Groenlandia è esempio), ma militarmente continua a rafforzarsi a Nord e a lanciare moniti (mostrando i muscoli con test di nuovi armamenti ipersonici nell’Artico, come il missile “Oreshnik” con testata nucleare sviluppato da Rosatom). Mosca insomma vuole far capire che approfitterebbe di qualunque segno di debolezza NATO in quella regione.

E la Cina? Pechino formalmente mantiene un basso profilo sulla Groenlandia, dichiarando di rispettare la sovranità danese. Negli ultimi anni però la Cina si è autoproclamata “nazione vicina all’Artico” e ha cercato di aumentare la propria influenza economica e scientifica nella regione. In Groenlandia, i cinesi hanno tentato investimenti in miniere (terre rare e uranio a Kvanefjeld) e infrastrutture (proposta per costruire aeroporti), visti dalla leadership locale come opportunità di sviluppo e di svincolo dalla dipendenza dai sussidi danesi. Tuttavia, quasi tutti questi progetti cinesi sono stati bloccati da Copenhagen per ragioni di sicurezza, spesso su pressione americana. Jesper Zeuthen, politologo danese che monitora gli interessi cinesi sull’isola, afferma che il ruolo della Cina in Groenlandia è ad oggi “estremamente limitato” e smonta la narrativa di Trump secondo cui la Groenlandia sarebbe “piena di investimenti cinesi” o addirittura di navi da guerra di Pechino. In realtà la Cina ha sì finanziato ricerche scientifiche e cooperazioni economiche minori, ma nessuna base militare né progetti su larga scala sono presenti. Ad esempio, contrariamente a quanto insinuato da Trump, non risultano navi cinesi nelle acque groenlandesi occidentali: le poche spedizioni marittime cinesi nell’Artico finora si sono limitate alla rotta a nord della Russia, lontano dalla Groenlandia.

Ciò non toglie che la Cina guardi all’Artico con mire di lungo termine. Pechino ha investito in una flotta di rompighiaccio in rapido aumento (oggi ne ha 5, contro i soli 2 degli USA, anche se molto meno dei ~40 russi) e nel 2025 per la prima volta sottomarini cinesi hanno navigato nelle acque artiche, suscitando l’allarme delle intelligence occidentali per le possibili implicazioni militari. La strategia cinese è paziente: costruire presenza scientifica (osservatori climatici, spedizioni di ricerca) e accordi commerciali (ad esempio con la stessa Russia per usare la rotta artica). Ufficialmente, Pechino parla di “Via della Seta Polare” per collegare via mare Cina ed Europa passando a nord. Qualora la NATO si indebolisse per la questione Groenlandia, la Cina potrebbe colmare il vuoto offrendo cooperazione economica a Groenlandia e Danimarca. Ad esempio, se gli investimenti occidentali dovessero venir meno, nulla vieta che la Groenlandia accetti capitali cinesi per sviluppare le sue miniere di terre rare o infrastrutture portuali (ipotesi finora respinta, ma uno scenario di isolamento potrebbe cambiarlo). In pratica, paradossalmente l’aggressività di Trump rischia di ottenere il contrario del dichiarato: mentre lui dice di voler prendere la Groenlandia “prima che lo facciano Russia o Cina”, la sua pressione sta spingendo Copenhagen sempre più lontano da Washington e potrebbe finire per avvicinarla a Pechino su certi dossier, vanificando il lavoro svolto sinora per tenere i cinesi fuori dalla Groenlandia. Per ora comunque la Cina resta sullo sfondo, attenta a non inimicarsi l’Europa. Nei consessi internazionali, Pechino si è espressa genericamente per il “rispetto della sovranità” (di Danimarca) e contro le sanzioni unilaterali (i dazi di Trump), posizionandosi come paladina del multilateralismo – una mossa retorica che le guadagna simpatie europee in contrapposizione allo stile trumpiano.

In sostanza, Russia e Cina fungono da convitati di pietra nella crisi groenlandese: non sono direttamente coinvolte nei negoziati tra USA ed Europa, ma ne verranno influenzate in modo significativo. Se Trump riuscisse a spezzare l’unità NATO e a prendere la Groenlandia, Mosca e Pechino dovrebbero confrontarsi con un’America ancora più assertiva nell’Artico (ma anche con un Occidente fratturato, il che potrebbe aprire ad accordi separati con singoli Paesi europei). Se invece l’Europa riuscirà a bloccare Trump e a mantenere lo status quo, Russia e Cina vedranno confermata la forza della NATO, ma al prezzo forse di un ulteriore incremento della militarizzazione dell’Artico (più basi NATO in Groenlandia). Entrambi sembrano preferire un esito in cui gli USA non ottengono ciò che vogliono e magari si isolano: la miglior vittoria per Mosca e Pechino sarebbe un arretramento americano dalla NATO o dall’Artico, scenario che la crisi attuale rende perlomeno concepibile.

‼️Teorie controverse e giochi di potere nascosti 🔎

Come in ogni grande crisi geopolitica, anche attorno alla “guerra della Groenlandia” proliferano analisi alternative e teorie non comprovate che cercano di individuare i “giochi di potere” più oscuri dietro gli eventi. L’utente ha espresso interesse per queste prospettive eterodosse, purché ancorate a fatti reali. Vediamone alcune.

Una teoria suggestiva, avanzata da diversi analisti indipendenti sui social, è che Trump stia usando la Groenlandia come grimaldello per far saltare la NATO e ridisegnare completamente l’ordine geopolitico. Il finanziere e commentatore Alex Krainer, ad esempio, sostiene che “attaccare la Groenlandia serve a Trump per uscire dalla NATO”. Poiché il Trattato Atlantico non prevede come gestire un’aggressione interna fra membri, l’UE potrebbe arrivare (in uno scenario estremo) a chiedere l’uscita degli USA dalla NATO o addirittura a decretarne lo scioglimento, pur di proteggere la Danimarca. In tal modo Trump otterrebbe quello che molti suoi elettori nazionalisti desiderano: il disimpegno americano dalla “costosa” alleanza con gli europei. È noto infatti che Trump, già nel suo primo mandato, definiva la NATO “obsoleta” e minacciava di ritirarsi se gli alleati non avessero speso di più. Finora ciò non è accaduto, ma con la crisi attuale potrebbe succedere in modo caotico e irreversibile. Spingere la NATO al collasso – secondo questi analisti – libererebbe Trump da vincoli multilaterali, permettendogli accordi bilaterali più spregiudicati (ad esempio un’intesa diretta con Putin per spartirsi sfere d’influenza). Si tratta chiaramente di una prospettiva inquietante: equivarrebbe alla fine di 70 anni di architettura di sicurezza occidentale. Per quanto estrema, non è del tutto campata in aria visto che lo stesso Trump ha paventato di scegliere la Groenlandia a scapito della NATO. Resta da vedere se effettivamente spingerà fino a quel punto o userà la leva NATO solo per ottenere concessioni.

Un altro filone di retroscena riguarda i rapporti sotterranei con la Russia. In mezzo alla crisi groenlandese, Trump ha sorprendentemente invitato Vladimir Putin a entrare in un nuovo “Consiglio per la pace” sul conflitto in Medio Oriente (Gaza). Alcuni commentatori ci vedono un segnale di un possibile grande scambio: Trump potrebbe offrire a Putin concessioni sull’Ucraina o sulla fine delle sanzioni in cambio della neutralità benevola russa sulla questione Groenlandia, o persino di un sostegno diplomatico. Del resto, se la NATO si fratturasse, Mosca avrebbe da guadagnare e Trump potrebbe contare su meno ostilità russa nell’Artico. Non abbiamo prove concrete di un deal segreto del genere, ma la coincidenza temporale di aperture verso Putin (che Trump in passato stimava) fa alzare sopracciglia tra gli osservatori. Vale la pena notare che Putin finora è stato cauto: la Russia non si è spinta oltre le dichiarazioni di preoccupazione, forse per non spaventare i danesi e farli stringere ancor più agli americani. Se però dietro le quinte Trump e Putin dialogano come lasciato intendere da taluni leak questo sarebbe un “evento oscuro” dai risvolti inquietanti per l’Europa.

C’è poi l’angolo delle grandi corporazioni e fondi d’investimento come BlackRock. Ufficialmente, giganti finanziari e industriali premono per la pace, ma alcuni attivisti insinuano che determinati interessi economici potrebbero lucrare sul caos. Ad esempio, il complesso militare-industriale americano (le aziende di armamenti) vede i budget per la difesa europea impennarsi: se persiste la sfiducia negli USA, gli europei dovranno armarsi di più, anche comprando sistemi d’arma americani. Il presidente Trump ha enfatizzato che i Paesi NATO devono aumentare gli acquisti di armamenti “dall’alleato d’oltreoceano” una pressione che va a beneficio delle imprese belliche statunitensi. E infatti i titoli in borsa di colossi della difesa (Lockheed Martin, Raytheon) sono tra i pochi saliti nelle ultime settimane, fiutando nuovi contratti. Allo stesso modo, la prospettiva di sfruttare depositi minerari vergini in Groenlandia fa gola a corporation minerarie: se si aprisse la corsa, i primi a muoversi guadagnerebbero posizioni e BlackRock è azionista di riferimento in varie società estrattive. Alcuni vedono dietro la “mediazione” di BlackRock a Davos anche un tentativo di ritagliarsi un ruolo nei futuri progetti groenlandesi: in pratica, la finanza direbbe a Trump “non prendere l’isola con la guerra, lasciaci investire noi e guadagneremo tutti”. È un cinico equilibrio: salvare la pace in cambio di affari. Non sapremo subito se questo patto tacito avrà luogo, ma è uno scenario credibile data la posta economica.

Infine, c’è il risvolto politico interno. Trump sta usando la crisi Groenlandia per rafforzare la propria posizione da “duro” in patria, presentandosi come l’uomo che non teme nessuno pur di proteggere l’America. Ha persino accennato al Premio Nobel per la Pace, dicendo che non gli interessa vincerlo e che ciò che conta per lui è “salvare vite” (affermazione ironica per chi minaccia un conflitto). Questa mossa retorica è rivolta agli elettori interni: Trump cerca di mostrarsi come portatore di pace attraverso la forza, colui che risolve dove gli altri hanno fallito (ha citato ad esempio la guerra in Ucraina dicendo che l’Europa dovrebbe pensare a quella, “guardate dove li ha portati”, invece di ostacolare lui in Groenlandia). In pratica, usa la Groenlandia anche per screditare gli europei sul caso ucraino, insinuando che l’Europa non è in grado di risolvere i conflitti (e che solo lui può). Questa narrazione potrebbe aiutarlo politicamente, distogliendo l’attenzione da problemi interni (economici o giudiziari) e catalizzando lo spirito nazionalista sull’espansione territoriale. Alcuni critici interni infatti lo accusano di voler emulare i presidenti ottocenteschi con il loro “destino manifesto” (l’espansione degli USA su tutto il continente) – un sogno di gloria storica per cui sarebbe disposto a rischiare tutto.