Il “Core 5” e il nuovo ordine mondiale: chi comanda e chi resta indietro

Alleanze fragili, ricatti economici, tecnologia come arma: non è diplomazia, è controllo. Oggi il MRBLOG ti porta dentro il nuovo ordine mondiale, senza filtri e senza illusioni.

CONTESTO EUROPEO

Lorenzo Serio

12/23/202517 min read

C’era una volta il G7, club esclusivo delle potenze occidentali, a dettare legge sull’ordine globale. Oggi, quel mondo unipolare è in frantumi. Nei corridoi della geopolitica circola una voce provocatoria: e se il futuro fosse deciso da un “Core 5” di superpotenze? Non è fantapolitica da bar, ma un’ipotesi trapelata persino negli ambienti di Washington. Si parla di creare un direttorio informale a cinque USA, Cina, Russia, India e un partner chiave come il Giappone per gestire gli affari globali al di fuori dei vecchi schemi. Un’idea smentita ufficialmente, certo, ma il solo fatto che se ne discuta la dice lunga su come si sta ridisegnando la politica mondiale. Mentre nascono alleanze inedite e rivalità feroci, chi resta fuori rischia di diventare uno spettatore irrilevante. Vediamo come le grandi potenze Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea e altri attori emergenti stanno ridefinendo l’ordine mondiale, tra nuovi blocchi, competizioni tecnologiche e la lotta per non essere tagliati fuori dal gioco.

Dinamiche geopolitiche: multipolarismo e nuovi protagonisti

Siamo entrati in un’era multipolare caotica, dove il potere è diffuso tra più attori e l’incertezza regna sovrana. La rivalità tra Stati Uniti e Cina è diventata l’asse portante delle tensioni globali: Washington cerca di mantenere la leadership mondiale, mentre Pechino ambisce apertamente a prendersi il suo “posto al sole” come prima potenza economica e tecnologica. In mezzo c’è la Russia, determinata a recuperare status e zone d’influenza perse dopo la Guerra Fredda anche a costo di conflitti aperti come quello in Ucraina. L’Europa, dal canto suo, è un gigante economico ma politicamente diviso: l’UE prova a parlare con una voce sola su clima, commercio o difesa, ma spesso si ritrova balbettante di fronte alle mosse spregiudicate di Washington, Mosca e Pechino.

Accanto ai “soliti noti” si affacciano i nuovi protagonisti. India, con la sua popolazione sterminata e un’economia in rapida crescita, rivendica un ruolo di primo piano: Nuova Delhi oscilla tra partnership con l’Occidente (per contenere la Cina) e cooperazione coi BRICS (per limitare l’egemonia occidentale). Brasile, leader naturale dell’America Latina, sotto la guida di Lula sta tornando sulla scena globale riallacciando rapporti sia con Washington sia con Pechino e Mosca, in un delicato gioco d’equilibrio. Anche le potenze regionali del Medio Oriente e dell’Africa fanno sentire la loro voce: dall’Arabia Saudita che stringe patti sia con gli USA che con la Cina (basti pensare allo storico accordo di riavvicinamento Riyadh-Teheran mediato da Pechino), fino all’Unione Africana che reclama maggiore rappresentanza nelle sedi internazionali (ottenendo ad esempio un seggio permanente nel G20). In questo contesto, la tradizionale distinzione tra “grandi” e “piccoli” si complica: nuove alleanze attraversano i confini geografici e ideologici, mentre potenze di medio livello dalla Turchia all’Iran, dal Sudafrica all’Indonesia colgono l’occasione per aumentare il proprio peso negoziando ora con un blocco ora con l’altro.

Il risultato? Una danza diplomatica imprevedibile. Gli Stati Uniti rafforzano i legami con gli alleati storici (Europa, Giappone, Australia) ma devono accettare che molti paesi preferiscono non schierarsi nettamente. La Cina tesse la sua tela in Asia, Africa e America Latina promuovendo un “ordine asiatico” alternativo, ma trova diffidenze crescenti nel vicinato (si pensi ai timori di Giappone, Vietnam o India verso l’espansionismo cinese). La Russia, isolata dall’Occidente, si aggrappa alla Cina e corteggia partner alternativi (dalla Iran al Venezuela) per sfuggire all’angolo. L’Unione Europea, stretta tra l’alleato americano e il vicino eurasiatico ostile, tenta di non perdere rilevanza cercando partnership strategiche con l’India, l’Africa o i Balcani. In definitiva le dinamiche geopolitiche odierne sono fluide: nessun polo può dettare legge da solo, e questo apre spazi di manovra (ma anche rischi) per attori un tempo marginali.

Strategie di potenza: economia, armi e tecnologia a confronto

Come stanno reagendo i “big” a questa situazione? Ognuno con la propria strategia nazionale, calibrata su punti di forza e debolezze.

  • Stati Uniti: hanno capito di non essere più l’egemone incontestato e stanno adattando di conseguenza le loro mosse. Sul piano economico puntano sul re-shoring industriale e sugli investimenti interni (vedi l’Inflation Reduction Act e il CHIPS Act) per ridurre la dipendenza dalla Cina nelle filiere critiche e mantenere la supremazia nelle tecnologie chiave. In ambito militare gli USA rinsaldano le vecchie alleanze (NATO) e ne creano di nuove nell’Indo-Pacifico (alleanza QUAD con India, Giappone, Australia; patto AUKUS con Regno Unito e Australia) per contenere l’ascesa cinese e fronteggiare la minaccia russa in Europa. Hanno incrementato il dispiegamento di forze in Europa orientale dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma al tempo stesso spostano crescenti risorse navali e missilistiche verso il Pacifico, preparandosi all’eventualità di una crisi su Taiwan. Sul fronte tecnologico, Washington sta giocando d’anticipo: restrizioni severe all’export di microchip avanzati verso la Cina, sanzioni alle aziende hi-tech cinesi e piani di ricerca massicci in AI, quantum computing e biotecnologie per mantenere il vantaggio scientifico-militare. In sintesi, l’America di Biden (o di chi potrebbe succedergli) alterna diplomazia e muscoli: dialoga con Pechino sul clima ma le fa la guerra sui semiconduttori; promette sicurezza agli alleati ma pretende da loro allineamento sulle sanzioni e sui commerci.

  • Cina: continua la sua corsa verso lo status di superpotenza globale, con una strategia calibrata e di lungo periodo. In economia Pechino sta spingendo il modello della “doppia circolazione”: rafforzare il mercato interno e l’innovazione tecnologica nazionale, mentre prosegue l’espansione esterna tramite la Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta). Anche se alcuni progetti infrastrutturali in Asia e Africa rallentano, la Cina continua a legare a sé decine di paesi tramite investimenti, prestiti e commerci, costruendo dipendenza economica (e politica) nei suoi confronti. A livello militare, Pechino incrementa ogni anno il bilancio della difesa a doppia cifra: modernizza l’arsenale nucleare, vara portaerei e sottomarini, sviluppa missili ipersonici e satelliti per negare accesso agli americani nel Pacifico occidentale. L’Esercito Popolare di Liberazione si addestra a operazioni sempre più sofisticate dalle simulazioni di blocco navale di Taiwan alle basi d’oltremare (come in Africa) – segnalando che la Cina è pronta a proteggere i suoi interessi ben oltre i confini nazionali. Sul piano tecnologico, il governo cinese ha lanciato ambiziosi piani per raggiungere l’autosufficienza nei settori chiave: semiconduttori “fatti in Cina”, sistemi operativi e cloud cinesi, rete 5G targata Huawei (nonostante i ban occidentali), leadership nell’AI grazie a enormi quantità di dati. Xi Jinping ha dichiarato apertamente di voler fare della Cina il leader mondiale in tecnologia entro il 2035. In breve, la strategia cinese è una combinazione di pazienza e assertività: costruire alternative cinesi a ogni architettura creata dall’Occidente (dalle banche di sviluppo al GPS), evitare scontri diretti finché possibile, ma non arretrare di un millimetro su ciò che considera “linee rosse” (Hong Kong, Xinjiang, e soprattutto Taiwan).

  • Russia: messa alla prova dalle sanzioni e dall’isolamento diplomatico dopo la guerra in Ucraina, Mosca ha dovuto ricalibrare drasticamente le sue strategie per sopravvivere e restare rilevante. Sul piano economico la Russia di Putin si è rivolta a est e sud: aumentano l’export di gas e petrolio verso Cina, India e Turchia (spesso a sconto, pur di compensare il mercato europeo perduto), si cerca di attirare investimenti dai paesi amici e di sostituire le importazioni occidentali con produzioni domestiche o cinesi. Il rublo vacilla e l’economia russa è in recessione, ma finora il Cremlino ha evitato il collasso adattandosi a un’economia di guerra semi-autarchica. Dal punto di vista militare, la Russia resta una potenza nucleare di prim’ordine e fa valere questo fatto come garanzia di sopravvivenza del regime: la dottrina militare russa mostra un’atteggiamento aggressivo e persino disperato (continue minacce di uso dell’atomica tattica, test di missili ipersonici, dispiegamento di mercenari in Africa per conquistare influenza e risorse). L’esercito convenzionale di Mosca si è indebolito nel pantano ucraino, ma Putin punta ad escalation controllate altrove per tenere la NATO sotto pressione dal dispiegamento di armamenti in Bielorussia ai pattugliamenti aerei vicino lo spazio NATO tentando di sfruttare ogni crepa nell’unità occidentale. Sul fronte tecnologico, la Russia paga un gap enorme: dipende dalle importazioni per alta tecnologia e microelettronica. Ciò nonostante, continua a investire su settori in cui storicamente eccelle (come la missilistica, la guerra informatica, l’energia nucleare civile e militare) e stringe accordi con Cina e Iran per ottenere droni, semiconduttori di media gamma e altri equipaggiamenti. La strategia russa, in sintesi, è quella del giocatore d’azzardo all’angolo: usare ogni strumento asimmetrico – dal veto in Consiglio di Sicurezza ONU alla propaganda sui social globali, dal taglio del gas all’Europa all’appoggio a movimenti estremisti occidentali – pur di dividere il fronte avversario e guadagnare tempo, in attesa di migliori opportunità.

  • Unione Europea: nel nuovo disegno mondiale l’UE si trova in una posizione scomoda, stretta tra alleati ingombranti e avversari aggressivi. A livello economico, l’Europa resta un colosso industriale e commerciale (il mercato unico da 450 milioni di consumatori fa gola a tutti), ma soffre la dipendenza in settori strategici: importiamo energia (anche dopo aver ridotto il gas russo, restiamo vincolati al petrolio arabo e al GNL americano), importiamo componenti elettronici e materie prime critiche dalla Cina, e il nostro settore tecnologico fatica a tenere il passo dei giganti USA/Asia. Bruxelles ha varato piani per la “autonomia strategica” (come il Chip Act europeo, il fondo sovrano per l’innovazione, o il piano Global Gateway come alternativa alla Via della Seta cinese), ma tra il dire e il fare c’è di mezzo la disunione politica: ogni Stato membro tira acqua al suo mulino, rendendo difficili investimenti comuni ambiziosi. Sul fronte militare, la guerra in Ucraina ha paradossalmente rafforzato la NATO (con Finlandia e Svezia pronte ad aggiungersi) ma ha evidenziato i limiti europei: la difesa del continente dipende ancora in larga misura dagli Stati Uniti. Si parla di “Europa della Difesa” e di esercito comune UE, ma nella pratica sono soprattutto Francia (potenza nucleare) e un riarmato Germania a cercare di colmare le lacune, mentre altri paesi frenano. Così l’Europa resta un gigante dai piedi d’argilla: potentissima sul piano commerciale e normativo (sappiamo imporre standard al mondo, dal regolamento privacy GDPR all’Euro digitale in arrivo), ma debole come attore geopolitico unitario. Tecnologicamente, l’UE investe in ricerca verde e digitale, ma soffre l’assenza di colossi informatici propri: i nostri dati e infrastrutture cloud sono in mano a Big Tech USA, le reti 5G e prossime 6G vedono contesa tra cinesi e occidentali, l’innovazione su AI e biotech rischia di migrare verso ecosistemi più dinamici. In poche parole, la strategia europea oscilla tra il fare blocco con l’Occidente (sanzioni alla Russia, allineamento con Washington su molte crisi) e il tentare una via autonoma (dialoghi separati con Cina e India, aperture commerciali mirate) per non rimanere schiacciati. La sfida per l’UE è mantenere la coesione interna e contare qualcosa a tavoli dove siedono player ben più abituati alla Realpolitik dura.

  • Altri attori emergenti: oltre ai quattro “grandi” sopra, un manipolo di paesi di peso medio-grande sta sviluppando strategie proprie per massimizzare il vantaggio in questo mondo frammentato. India, ad esempio, pratica un’abile diplomazia multi-vettoriale: compra energia e armi dalla Russia (a prezzo di saldo), però partecipa alle esercitazioni navali col Quad anti-cinese; aderisce ai BRICS e alla Shanghai Cooperation Organisation, ma contemporaneamente stringe accordi tecnologici con gli Stati Uniti (come quello sul 5G alternativo a Huawei) e firma contratti di difesa con Francia e Israele. Brasile cerca di rivitalizzare Mercosur e l’integrazione latinoamericana, mentre nelle sedi globali (ONU, G20) chiede rispetto per gli interessi del Sud del mondo – come la riforma del Consiglio di Sicurezza per includere più voci emergenti – senza però rompere i legami con Washington. In Africa, le potenze regionali come Nigeria o Sudafrica oscillano tra cooperazione con la Cina (che investe pesantemente in miniere, porti e telecomunicazioni africane) e intese con l’Europa (per aiuti allo sviluppo, sicurezza antiterrorismo, accordi migratori). Turchia e Iran portano avanti agende revisioniste nei loro contesti (vedi Ankara che gioca su due tavoli in NATO e con Russia, o Teheran che punta a egemonizzare il Medio Oriente sciita) sfruttando il fatto che le superpotenze sono distratte l’una dall’altra. In sintesi, questi attori emergenti adottano strategie di hedging: non puntano tutto su un cavallo, ma diversificano alleanze e partenariati per ottenere benefici da più parti e aumentare la propria autonomia negoziale. Questa tattica opportunistica li rende corteggiati sia dall’Occidente sia da Cina/Russia, dando loro un’importanza nuova rispetto al passato.

Potere digitale e controllo delle risorse: il nuovo “Grande Gioco”

Nel 19° secolo le potenze si contendevano colonie e territori; oggi la partita geopolitica si gioca su infrastrutture digitali, materie prime strategiche e catene del valore globali. È un nuovo “Grande Gioco” dove chi controlla i dati, la tecnologia e le risorse naturali ha in mano leve di potere formidabili.

Prendiamo le infrastrutture digitali: la costruzione di reti 5G (e domani 6G), di cavi sottomarini per internet, di satelliti per le telecomunicazioni globali è diventata terreno di scontro geopolitico. La Cina, con Huawei e ZTE, ha cercato di dominare il roll-out del 5G mondiale, scatenando la reazione degli USA che hanno fatto pressioni su alleati (Europa in primis) per escludere le apparecchiature cinesi dalle proprie reti, paventando rischi di spionaggio. Ora la corsa prosegue sul cloud computing e sull’intelligenza artificiale: Stati Uniti e Cina competono per chi sviluppa gli algoritmi più avanzati e addestra i modelli AI con più dati (anche militari). L’Europa prova a mantenere la sovranità digitale con regolamentazioni (AI Act, Data Governance Act) e progetti come Gaia-X per il cloud europeo, ma al momento le aziende di punta sono perlopiù americane o asiatiche. Persino lo spazio cibernetico è teatri di rivalità: attacchi hacker sponsorizzati da stati mirano a infrastrutture critiche; la Russia colpisce reti elettriche ucraine con malware, la Cina ruba segreti industriali occidentali con cyber-spionaggio, gli USA spiavano mezza Europa (vedi caso NSA). Chi detiene il controllo delle reti e dei flussi di informazioni può paralizzare un avversario senza sparare un colpo.

Parallelamente, c’è una lotta serrata per le materie prime strategiche. La transizione digitale ed ecologica richiede enormi quantità di minerali rari e metalli speciali: terre rare, litio, cobalto, nickel, rame. La Cina oggi raffina o estrae la gran parte delle terre rare mondiali e controlla miniere dall’Africa all’America Latina. Questo monopolio è diventato un’arma geopolitica: Pechino non esita a contingentare l’export di minerali cruciali (come elementi fondamentali per i chip o le batterie) per mettere pressione agli avversari. Dall’altro lato, Europa e Stati Uniti cercano freneticamente di diversificare le forniture: investono in nuove miniere in Canada, Australia, America Latina; stipulano accordi con paesi africani per l’accesso a cobalto e litio (non sempre senza ombre neocoloniali); accumulano scorte strategiche e riciclano materiali per ridurre la dipendenza. Anche l’energia rimane al centro: se ieri il petrolio del Golfo Persico decideva le fortune delle nazioni, oggi contano altre leve oltre all’oro nero. Il gas naturale liquefatto (GNL) è diventato un’arma economica (la Russia l’ha tagliato all’Europa, gli USA ne hanno approfittato vendendo il proprio a caro prezzo ai partner UE); il gasdotto può essere più potente di un carro armato (lo si è visto col Nord Stream sabotato nelle profondità del Baltico). Allo stesso tempo, il controllo delle energie rinnovabili e delle filiere di batterie è oggetto di competizione: la Cina domina la produzione di pannelli solari e batterie al litio, l’Europa cerca di recuperare con “gigafactory” domestiche, gli USA sussidiano impianti di eolico e fotovoltaico nazionali per non restare indietro.

Infine, le catene del valore globali – ovvero l’insieme di fornitori, fabbriche e rotte commerciali che portano un prodotto dal progetto al consumatore finale – stanno subendo un riassetto geopolitico. Negli ultimi decenni la logica era produrre dove costava meno (spesso in Cina o Asia) e vendere ovunque, in un sistema altamente interconnesso. Ora, con la sfiducia crescente tra blocchi, si parla di “friend-shoring” o “near-shoring”: portare le produzioni in paesi amici o vicini. Gli Stati Uniti incentivano le aziende a riportare in patria (o almeno in Messico e Canada) le fabbriche strategiche, per non dipendere dalle importazioni cinesi di componenti critici. L’Europa, scottata dalla dipendenza dai chip taiwanesi e dall’energia russa, cerca fornitori alternativi e investe per avere impianti propri (sebbene costruirli richieda anni). La Cina stessa, temendo blocchi occidentali, sta creando catene di fornitura parallele con partner fidati: ad esempio, sviluppa corridoi logistici via terra attraverso l’Asia centrale e la Russia, per ridurre la vulnerabilità del trasporto marittimo controllato dagli USA. Persino il controllo dei porti e delle rotte navali è geopolitica pura: la Cina ha investito in porti dal Pireo (Grecia) a Gwadar (Pakistan) per assicurarsi sbocchi commerciali, gli occidentali rafforzano la presenza navale nelle rotte cruciali (Stretto di Malacca, Mare Arabico, ecc.) per mostrare che i mari restano “aperti”. In questo tiro alla fune globale, chi costruisce infrastrutture fisiche e digitali in altri paesi (dai cavi internet alle ferrovie) si compra anche influenza politica. Il nuovo ordine mondiale, insomma, non si decide solo con trattati e cannoni: si decide con cavi, chip e container.

Blocchi emergenti: alleanze tradizionali e nuovi assi

in risposta a queste pressioni, gli stati si aggregano in blocchi e coalizioni, alcune vecchie e altre inedite, ridisegnando la mappa delle alleanze globali.

Da un lato c’è l’Occidente “rinato”, galvanizzato dall’aggressività di Mosca e Pechino. La NATO – data per “cerebralmente morta” solo pochi anni fa – ha ritrovato scopo e unità: l’invasione russa dell’Ucraina ha compattato gli alleati sotto la guida USA, portando persino paesi tradizionalmente neutrali come Finlandia e Svezia a chiedere l’adesione. Oggi la NATO rafforzata non guarda più solo a difesa territoriale europea: discute di sicurezza Indo-Pacifica, intrattiene rapporti più stretti con Giappone, Australia e altri partner asiatici preoccupati dall’ascesa cinese. Parallelamente, l’Unione Europea pur con difficoltà ha mostrato una certa compattezza su sanzioni economiche alla Russia e aiuti all’Ucraina, segnalando che quando minacciata la famiglia europea sa fare fronte comune (anche se divergenze interne restano, ad esempio tra paesi baltici-polacchi falchi vs. paesi più accomodanti verso Pechino come Germania o Ungheria). Sul piano economico-commerciale, i paesi del G7 (USA, Canada, Europa, Giappone) coordinano politiche per ridurre l’influenza di Cina e Russia: price cap sul petrolio russo, blocco all’export tecnologico, creazione di fondi per investimenti infrastrutturali nei paesi poveri come alternativa ai finanziamenti cinesi. Insomma, il vecchio blocco liberal-democratico tenta di rinnovarsi e allargarsi: ingloba nuovi alleati (vedi l’AUKUS anglo-sassone, o l’idea di un NATO globale di democrazie) e cerca di presentarsi come l’alleanza dei valori contro autocrazie e revisionismi.

Dall’altro lato, però, cresce un “asse sud-sud” molto diversificato, unito più dalla convenienza che da ideologie comuni. Il simbolo di questo nuovo raggruppamento è l’alleanza BRICS, originariamente club economico di cinque grandi paesi emergenti (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e oggi in fase di espansione esplosiva. Nel 2024 i BRICS si allargano infatti ad altri membri di peso: Arabia Saudita, Iran, Egitto, Emirati Arabi, Argentina, Etiopia sono tra i nuovi ingressi, trasformando i BRICS in un potenziale blocco BRICS+ che copre Sud America, Africa, Medio Oriente e Asia. Questo variegato gruppo condivide l’interesse a sfidare il dominio occidentale nelle istituzioni finanziarie e nelle regole del commercio globale: spinge per usare valute nazionali al posto del dollaro negli scambi (tentativo di de-dollarizzazione), crea banche di sviluppo alternative (la Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS), coordina posizioni nei forum internazionali per annacquare le pressioni occidentali (ad esempio sui diritti umani o sanzioni). Non si tratta di una NATO anti-occidentale monolitica anzi, India e Cina al loro interno restano rivali, e paesi come Brasile o Sudafrica mantengono legami con Europa e USA però segna una tendenza: il “Sud globale” vuole più voce in capitolo e alcuni grandi attori non allineati si scoprono con interessi convergenti nel ridimensionare l’influenza americana ed europea.

Accanto a questi due maxi-blocchi, proliferano alleanze regionali e accordi settoriali. In Asia sud-orientale l’ASEAN (10 nazioni del Sudest asiatico) naviga a vista cercando di restare neutrale nella rivalità sino-americana e mantenere una certa integrazione economica regionale. Nello stesso Indo-Pacifico nascono sigle su sigle: il CPTPP (accordo commerciale transpacifico senza gli USA, erede del TPP), il RCEP (megatrattato di libero scambio Asia-Pacifico con dentro Cina e quasi tutta l’ASEAN, ma non l’India), oppure partnership tecnologiche come l’Indo-Pacific Economic Framework lanciato dagli Stati Uniti per coinvolgere varie economie asiatiche in standard comuni alternativi a quelli cinesi. In Medio Oriente assistiamo a riallineamenti sorprendenti: l’asse Israele-Stati del Golfo (Arabia Saudita, Emirati) contro l’Iran si è in parte ricomposto grazie alla diplomazia (accordo Riyadh-Teheran sotto l’egida cinese) e agli interessi economici comuni; ciononostante, si vocifera di un possibile patto di sicurezza formale USA-Arabia-Israele se l’Iran dovesse avvicinarsi troppo alla soglia nucleare. Intanto la Lega Araba prova a ritrovare compattezza includendo nuovamente la Siria di Assad, segno che certe fratture si ricuciono quando il vento geopolitico cambia. In Africa, oltre all’Unione Africana che ambisce a un ruolo da “UE africana”, spuntano alleanze militari regionali – ad esempio la cooperazione tra paesi saheliani (per lo più guidati da giunte militari filo-russe) che rifiutano l’influenza francese e cercano altri partner come Wagner e la Cina. Insomma, l’architettura delle alleanze è in fermento: alcune organizzazioni tradizionali perdono smalto (il G7 appare anacronistico, l’ONU impotente di fronte ai veti incrociati), mentre accordi flessibili e ad hoc guadagnano importanza. Il nuovo ordine somiglia a un puzzle di coalizioni variabili, più che a blocchi monolitici come ai tempi della Guerra Fredda.

Esclusi e marginalizzati: chi rischia l’irrilevanza

In questo “nuovo disegno” globale, chi resta escluso rischia di contare sempre meno. La prospettiva di un club Core 5 a guida congiunta USA-Cina-Russia (con India e Giappone dentro, e senza l’Europa) ha fatto suonare campanelli d’allarme a Bruxelles e non solo. Se infatti le grandi potenze decidessero davvero di incontrarsi in un foro ristretto per spartirsi le decisioni globali, l’Unione Europea verrebbe relegata ai margini, con buona pace delle ambizioni di “attore globale” sbandierate da Bruxelles.

È uno scenario provocatorio: il Vecchio Continente, culla della civiltà industriale e per 500 anni dominatore del mondo, degradato al rango di potenza di seconda fascia, forse paragonabile all’America Latina in termini di influenza geopolitica. Del resto, fa notare qualcuno, il Core 5 sarebbe costituito da potenze nucleari e demografiche, scelte non per il loro PIL pro capite o la loro democrazia, ma per forza bruta e peso popolativo. In questo criterio crudo, l’Europa unita (500 milioni di abitanti sommati) avrebbe certamente i numeri, ma la sua frammentazione politica la penalizza:

  • nessun singolo Stato europeo fatta eccezione forse per la Francia nucleare regge il confronto con i giganti demografici come India o Cina. E l’UE nel suo insieme non ha la coesione necessaria per imporsi come sesto attore di pari livello. In pratica, se gli Stati Uniti dovessero privilegiare un direttorio a 5 con Russia e Cina, sarebbe una bocciatura storica del rapporto privilegiato transatlantico: Washington dichiarerebbe implicitamente che per risolvere le grandi questioni mondiali preferisce sedersi a trattare con Pechino e Mosca (un tempo nemiche giurate) piuttosto che con Bruxelles. Un’Europa divisa e indebolita rischierebbe così di diventare terreno di contesa altrui – un ricco mercato conteso tra prodotti americani e cinesi, un “vassallo” militare dipendente dalla NATO a guida USA, senza però posto al tavolo dove i grandi decidono.

Non solo l’Europa potrebbe finire tra gli esclusi eccellenti. Molti altri rischiano l’irrilevanza se non si adattano al nuovo gioco. Ad esempio il Regno Unito, uscito dall’UE col Brexit sbandierando una “Global Britain”, oggi fatica a trovare uno spazio autonomo: resta un alleato chiave degli USA, ma da solo non rientrerà mai in un Core 5 e il suo peso è calato rispetto a quando fungeva da porta d’ingresso americana in Europa. Oppure il Giappone, che pure figura nei candidati del Core 5: Tokyo teme – non a torto – che in qualunque concerto globale con dentro Cina e Russia, i suoi interessi vengano sacrificati (vedi le rivendicazioni territoriali delle isole contese con Pechino e Mosca). Anche alcune grandi economie come Germania o Brasile potrebbero scoprire di essere troppo grandi per farsi dettare legge ma troppo piccole per sedersi nel consiglio dei big: Berlino, priva di arsenale nucleare e seggio ONU, dipende dall’UE per avere voce, mentre Brasilia nonostante dimensioni continentali paga un contesto regionale debole e poco integrato. In generale, tutti i paesi “non allineati” o di rango medio rischiano di trovarsi stretti tra i blocchi: se provano a restare neutrali, possono venire ignorati o subire ritorsioni economiche da entrambe le parti; se si legano eccessivamente a un blocco, diventano pedine sacrificabili nelle sfere d’influenza.

E infine, tra i possibili esclusi c’è il sistema multilaterale classico: istituzioni come le Nazioni Unite o l’Organizzazione Mondiale del Commercio, create nel 20° secolo per dare voce a tutti gli stati grandi e piccoli, oggi vengono scavalcate dai G-x ristretti e dagli accordi tra grandi potenze. Se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU rimane paralizzato dai veti incrociati e i vertici G20 si risolvono in litigi inconcludenti, è probabile che le questioni più spinose vengano decise altrove – magari in summit a cinque o negoziati informali tra i leader dei paesi più potenti. Uno sviluppo del genere lascerebbe esclusi i più deboli: decine di nazioni africane, latinoamericane o asiatiche minori, che non hanno voce nei G7/G20, vedrebbero i propri destini economici e di sicurezza decisi sopra le loro teste. Il rischio è di tornare a una sorta di concerto delle grandi potenze, come dopo il Congresso di Vienna del 1815, dove le potenze imperiali si spartivano il mondo e le piccole dovevano adeguarsi. Uno scenario che certamente suscita inquietudine e che molti considererebbero ingiusto – ma non per questo impossibile.

PROVOCAZIONE A TE LETTORE. La nascita di un “Core 5” che riscrive le regole globali potrebbe sembrare estrema, ma riflette tendenze reali: il potere mondiale si sta concentrando in poche mani, anche se nessuno da solo può più dominarlo. Saranno anni turbolenti, in cui lo status quo post-1989 verrà capovolto. Chi riuscirà a sedersi al tavolo delle grandi potenze ne detterà l’agenda; tutti gli altri dovranno accontentarsi delle briciole o cercare di non farsi stritolare. È un futuro che affascina e inquieta al tempo stesso: il ritorno di un concerto di superpotenze in un mondo interconnesso ma diviso, dove cooperazione e confronto si intrecciano in modi sorprendenti. Resteremo a guardare da bordo campo, o sapremo evitare che la Storia venga scritta da soli cinque attori? La partita è aperta, e il finale tutt’altro che scontato.

Testo e ricerche a cura di Lorenzo Serio della Mrcrescita Trading Academy

Fonti: Le analisi, le dinamiche geopolitiche e le interpretazioni presentate si basano su report strategici e studi recenti di centri di ricerca internazionali e istituzioni globali, tra cui Council on Foreign Relations, Brookings Institution, Carnegie Endowment for International Peace, RAND Corporation e Stockholm International Peace Research Institute, oltre ad approfondimenti economici di International Monetary Fund, World Bank, Bank for International Settlements e World Economic Forum. Contributi analitici e scenari sul nuovo ordine multipolare emergono inoltre da Foreign Affairs, The Economist, Chatham House e Asia Society. Queste fonti autorevoli confermano il quadro delineato e aiutano a contestualizzare l’evoluzione del nuovo ordine mondiale nella fase di transizione geopolitica attuale.